Novant’anni fa John Berger rifletté su cosa c’era prima al posto della fotografia, prima dell’invenzione della macchina fotografica «La risposta più ovvia è: l’incisione, il disegno, la pittura. Ma la risposta più illuminante sarebbe: la memoria. In precedenza la funzione della fotografia era svolta dalla mente». Oggi il mezzo fotografico ci aiuta a ricordare persone e luoghi, diventando una sorta di passepartout del nostro passato. Per me una foto svolge prevalentemente la funzione di memoria visiva, non della “realtà”, ma della mia visione del mondo. Per quanto uno può adottare uno sguardo neutrale, mai lo sarà perché quell’immagine proverrà sempre da un preciso punto di vista scelto tra milioni disponibili.
Ho realizzato le stampe, visibili in mostra, con il preciso intento di documentare queste architetture, al fine di formare un archivio visivo consultabile sia nell’immediatezza che nel futuro.
Oggi si pone poca attenzione nella fase che precede lo scatto e una volta fatto poco ci si preoccupa alla conservazione. Personalmente cerco di seguire un lento processo che mi invita allo studio della luce che modella il soggetto, augurandomi che le meditate fotografie venute alla luce verranno trasmesse alle future generazioni. Per questo motivo ho utilizzato il banco ottico, una macchina fotografica di stampo ottocentesco, la quale mi obbliga a rallentare i ritmi, invitandomi a inquadrare in silenzio il soggetto al di sotto del telo oscurante, dove si crea uno spazio intimo e intriso di meraviglia.
Poi, l’attesa di guardare il lavoro svolto mi accompagna fino allo sviluppo del negativo in camera oscura. Questi lenti processi hanno trasformato il mio sguardo in immagine, che immortalata nel tempo diventa parte della memoria collettiva.
